Don Rino Ramaccioni, parroco di Cristo Redentore nel popoloso quartiere di Villa Teresa, non conosce un attimo di riposo anche se gli anni passano anche per lui perché come lui stesso dice: “basterebbe stare solo un giorno alla porta delle parrocchie per vedere quanta gente viene e quanto bisogno c’è. Anche l’altra mattina ho trovato un signore che ha dormito tutta la notte in macchina, vicino a casa mia, in quanto era stato cacciato da casa sua.” La sua chiesa ha sempre le porte aperte per accogliere chi vuol donare e chi ha bisogno. “A chi mi telefona per sapere quando portare gli abiti usati io dico di lasciarli fuori dalla porta della chiesa se questa è chiusa. Mi rispondono che potrebbero essere rubati ma io rispondo che fa male chi li ruba, perché quelli abiti sono per tutti, però, piano piano, dico anche che io non mi troverò mai un Berlusconi a prendere questi vestiti. Siamo onesti: noi non diamo il nostro, diamo gli avanzi, il superfluo. Una volta, racconta, mi è capitato una donna che avendo saputo del bisogno ha deciso di non comprarsi un nuovo scallino e mi ha donato quei soldi. Ecco questo è il vero significato del donare! Troppo spesso i grandi progetti le parrocchie non li fanno con le tasche dei ricchi ma con il cuore dei poveri.” Don Rino non è rimasto sordo neanche a chi sta subendo i disagi del terremoto e del freddo e come parrocchia ha già deciso di adottare un paesino dell’entroterra. “Sono già andato 10 giorni fa: il comune è stato sistemato in una ex fabbrica e in un angoletto c’è anche la parrocchia. Ho parlato con il parroco e abbiamo concordato di far venire lui e alcune famiglie con i bambini in parrocchia da me e saranno ospitati per pranzo da qualche famiglia recanatese con bambini. Il 2 aprile prossimo, invece, saremo noi ad andare da loro e io lassù dirò messa. Nel frattempo, grazie al fatto che una famiglia mi ha donato 1.000 euro, vorremmo aiutarli e ho chiesto al parroco che conosce chi ha bisogno e sarà lui a consegnare i soldi nelle mani della famiglia in difficoltà.” Don Rino ama aiutare direttamente le persone non perché non si fidi delle grandi associazioni ma il problema, dice, è “che non è possibile il controllo sul reale utilizzo dei soldi raccolti mentre con le parrocchie c’è il contatto diretto. Le macerie di questo terremoto non sono solo materiali ma anche morali: i terremotati hanno bisogno di parlare e di rapporti umani: più che dare cose bisogna dare noi stessi. Oltre alla valanga del male c’è anche quella del bene: bisogna unirsi insieme per il bene comune: inizio da me, che sono un pezzo del mondo, e l’esempio è dei soccorritori di questi giorni. Chi ha il potere ha i suoi obblighi ma non è detto che dobbiamo rimandare tutto a loro.”
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