
Cari Gruppo Iscritti al M5S di Recanati, rispondo volentieri alla vostra sollecitazione rivoltami per il tramite del sito di Radio Erre e, prima di tutto, mi scuso per il ritardo che, credetelo, e’ imputabile ad altri impegni e non alla difficoltà di confutare i vostri assunti.
Lo scopo non è la polemica ma l’informazione e, al termine, rispondere al quesito che campeggia sul vostro intervento: ” Un cittadino informato?” Nell’argomentare cercherò di seguire i quesiti che ponete, non vi seguirò, invece, nel fare affermazioni che non facciano riferimento a fonti certe e verificabili, cosa che forse sarà adatta alla politica, benché ne dubiti, ma certo esula dall’informazione corretta e, su quest’ultimo piano, la sfida alla risposta è pienamente accettata a condizioni di reciprocità.
Già l’incipit crea problemi: a chi rispondo? Non al movimento di cui non vi dichiarate rappresentanti bensì esponenti iscritti, benché ne utilizziate il simbolo.
Allora non so dire se altri abbiano avuto la stessa delicata attenzione, quel che posso dire è che alcuno, come vedrete in prosieguo, dichiarandosi esponente ha espresso per conto del movimento alcune posizioni, se lo avesse fatto a titolo personale non avrebbe citato il movimento, dunque, per quel che riguarda i fatti a cui mi richiamate eccoli qua’:
1 Esponenti del Movimento 5 Stelle contro gli impianti biogas
In generale in Regione Marche molti esponenti del Movimento 5 Stelle sono stati in prima linea nei Comitati contro i vari impianti biogas proposti sul territorio regionale. Alcuni esempi di tali “coinvolgimenti” finalizzati ad acquisire visibilità pubblica da spendere in occasione delle varie elezioni amministrative o nazionali sono:
- Massimo Gianangeli:
- Presidente del Comitato per la Tutela della Salute e dell’Ambiente della Vallesina che si è battuto fortemente prima contro la riconversione dell’ex zuccherificio Sadam di Jesi e poi contro gli impianti biogas (fra cui il nostro VBIO 6 di Monsano);
- Candidato Sindaco per il Comune di Jesi e attualmente consigliere Comunale per il Movimento 5 Stelle;
- Da oltre un anno va in giro per le Marche a “parlare” di biogas e biomasse qualificandosi come esperto del settore, ma non risulta abbia nessuna formazione accademica o professionale a riguardo;
- Donatella Agostinelli
- Ex Vice Presidente del Comitato per la Tutela della Salute e dell’Ambiente della Vallesina che si è battuta fortemente prima contro la riconversione dell’ex zuccherificio Sadam di Jesi e poi contro gli impianti biogas (fra cui il nostro VBIO 6 di Monsano);
- Candidata (non eletta) come consigliere comunale a Jesi si è candidata anche alle elezioni politiche italiane del 2013 come capolista alla Camera nella circoscrizione Marche per la lista MoVimento 5 Stelle ed è stata eletta (ha preso 165 voti alle parlamentarie e grazie al porcellum è stata eletta);
- Da oltre un anno si occupa di biogas. Non risulta peraltro, titolare di una formazione accademica o professionale in materia. In compenso ha presentato in parlamento numerose interrogazioni parlamentari sull’argomento.
Se poi allarghiamo l’analisi ad altri partiti, i soggetti che hanno “speculato” politicamente con iniziative contro gli impianti biogas si moltiplicano:
- Enzo Marangoni (ex Lega Nord, attualmente consigliere regionale del PDL);
- Adriano Mei (candidato nel 2010 con l’Italia dei Valori al Consiglio regionale e non eletto; autoproclamato coordinatore regionale dei Comitati in Rete, sul suo sito si vanta di tutte le infrastrutture e opere di pubblica utilità che è riuscito a bloccare: dagli elettrodotti ai gasdotti, dagli impianti biogas a quelli turbogas, passando per cave ed eolici; professione “cogestisce una piccola attività immobiliare”);
- Giuliana Nerla (recentemente candidata Sindaco a Montegiorgio non eletta con SEL, lavora presso l’ufficio legale della provincia di Fermo, è stata tra i principali oppositori dell’impianto a biogas VBIO 4 di Montegiorgio)
Il meccanismo è sempre lo stesso: individuare una nuova opera (che sia una infrastruttura o un impianto rinnovabile poco cambia), trovare argomentazioni “contro” (non importa se false e tendenziose), costituire un comitato, acquisire popolarità a livello locale candidarsi alle prime elezioni! Quando le cose vanno bene si riesce addirittura ad arrivare in parlamento!
2 Autorizzazioni biogas rilasciate nelle Marche
Nel corso del biennio 2011-2012 sono state rilasciate nelle Marche Autorizzazioni Uniche per la costruzione e l’esercizio di circa 18 nuovi impianti biogas da biomasse agricole. Di queste, un terzo circa non è stata poi realizzata.
Nello stesso periodo, nella sola provincia di Cremona che ha una estensione territoriale pari ad 1/5 dell’intera Regione Marche, sono stati realizzati circa 80 nuovi impianti biogas alimentati da prodotti e sottoprodotti agricoli e zootecnici.
3 Inquinamento atmosferico
I motori degli impianti biogas sono sostanzialmente alimentati da gas metano prodotto dalla digestione anaerobica di prodotti e sottoprodotti agricoli e zootecnici. Il metano è sicuramente il combustibile più pulito ad oggi effettivamente disponibile. Non solo, va sottolineato che il ciclo di produzione e combustione del biogas è particolarmente virtuoso in termini ambientali, contribuendo significativamente alla riduzione dell’effetto serra e del riscaldamento globale. Infatti, il ciclo di produzione degli impianti biogas ha un bilancio complessivo di anidride carbonica (CO2) pari a zero. L’anidride carbonica generata nella combustione del biogas è pari a quella sequestrata dalle colture agricole utilizzate per la sua produzione. Inoltre, captare e bruciare il biogas prodotto dalla fermentazione delle biomasse agricole e zootecniche trasformandolo in anidride carbonica vuol dire evitare che questo venga immesso in atmosfera: il biogas che si produce in natura con la decomposizione di prodotti organici è oltre 20 volte più dannoso dell’anidride carbonica in termini di effetto serra e dunque di riscaldamento globale. Nel dettaglio le emissioni dichiarate dal produttore del cogeneratore sono le seguenti:
- NO2: 0.45 g/s;
- CO: 0.5 g/s;
- PM10: 0.01 g/s (trascurabili).
In realtà da prove sperimentali condotte su impianti esistenti e funzionanti a pieno regime (VBIO1) le analisi dei fumi hanno dato i seguenti risultati:
- NOx: 0.42 g/s;
- NO2: 14.4 ppm;
- CO: <130 g/s;
- PM10: inferiori al limite di determinazione.
Volendo fornire un esempio numerico, è possibile dimostrare come tali emissioni reali possano essere equiparate a quelle di 9 autobus di linea (15-18 t) che percorrono una tratta breve (circa 20 km) 4 volte al giorno.
Non a caso il d.lgs. 152/2006, nella parte V, considera gli impianti biogas appartenenti alle categorie di “impianti ed attività le cui emissioni sono scarsamente rilevanti agli effetti dell’inquinamento atmosferico”, pertanto tali impianti non sarebbero soggetti all’autorizzazione alle emissioni in atmosfera (art. 272).
Da tale analisi è emerso che per tutti gli inquinanti generati dal funzionamento dell’impianto biogas e dei servizi connessi il livello calcolato risulta non significativo. Tutti i limiti di legge stabiliti dal d.lgs. 155/2010, confrontati con i valori massimi simulati, sono rispettati. Va specificato inoltre che i dati considerati nella simulazione sono stati scelti sempre in un’ottica cautelativa:
• i valori di emissione considerati per il cogeneratore sono coincidenti con il limite massimo di legge (d.lgs. 152/2006);
• le condizioni al contorno scelte per la simulazione sono le più sfavorevoli.
Va infine aggiunto che i cogeneratori impiegati in questa tipologia di impianto sono equipaggiati con efficientissimi sistemi per l’abbattimento degli NOx e del monossido di carbonio.
4 Pericolosità del digestato
Il digestato di origine agricola rappresenta il residuo della fermentazione anaerobica di biomasse immesse nel processo, è un prodotto naturale tutt’altro che inquinante o pericoloso. Ridistribuito sugli stessi terreni utilizzati per la produzione delle biomasse, svolge un’azione fertilizzante ed ammendante, restituendo gli elementi della fertilità utilizzati dalle piante durante le diverse fasi di sviluppo e riducendo l’impiego di fertilizzanti chimici. Il digestato è un prodotto igienicamente stabilizzato e inodore a differenza dell’effluente di allevamento caratterizzato da cattivi odori e da potenziali cariche microbiche. molti studi dimostrano che un corretto piano di rotazioni, l’uso di sistemi di coltivazione a basso impatto ambientale e una gestione agronomica corretta del digestato aumentano la fertilità, riducendo il ricorso a diserbanti e concimi chimici. Inoltre l’impiego delle colture energetiche aumenta la biodiversità e riduce il rischio di erosione e lisciviazione dei terreni, contribuendo concretamente al miglioramento dell’assetto idrogeologico del territorio. Va aggiunto inoltre che in nessuna fase del processo di funzionamento di un impianto biogas esiste la possibilità che i materiali percolino nei terreni sottostanti. Le trincee di stoccaggio sono munite di rete idraulica per la raccolta di acqua di prima pioggia ed eventuali percolati. I digestori sono costituiti da vasche in cemento totalmente ermetiche.
5 Aumento del traffico veicolare
Un impianto biogas da 1,0 Megawatt genera un traffico veicolare molto contenuto: in media nel corso dell’anno è pari a 2 o 3 camion al giorno per la gestione delle biomasse in ingresso e del digestato in uscita. Inoltre, va sottolineato che la maggior parte degli impianti biogas in Italia rispetta i concetti del “Biogas fatto bene” operando secondo il principio della “filiera corta” (10-15 km) che opportunamente applicata riduce le operazioni di trasporto necessarie rendendole equivalenti a quelle di una qualsiasi azienda agricola e zootecnica. Le diverse operazioni di trasporto relative a materie prime in ingresso e distribuzione del digestato sono normalmente interaziendali e pertanto incidono limitatamente sul traffico stradale. Uno dei virtuosismi del biogas, largamente riconosciuto nel centro e nord Europa, consiste nel fatto che le aziende fornitrici di biomassa sono a loro volta alimentate dal materiale digestato, utilizzabile come fertilizzante. In questo modo si riduce l’uso dei concimi chimici di sintesi e il loro trasporto che spesso avviene da fuori regione. Ma, anche, una obiezione logica il prodotto agricolo non dovrebbe comunque essere trasportato?.
6 Diminuzione delle SAU (Superficie Agricola Utilizzata) nelle Marche
Stando ai dati ISTAT, in Italia sono oltre 12.000.000 gli ettari coltivati, di cui circa 7.329.000 a seminativi; quelli riservati alla produzione di biogas e biomasse sono oggi circa 196.000 e secondo le stime di settore di prevede arriveranno a 225.000 nel 2015 quando si andrà a regime. Una percentuale pari all’1,8% della superficie intera coltivabile, ben inferiore rispetto alle superfici agricole oggi lasciate incolte. Ricordiamoci inoltre che in Italia abbiamo dismesso buona parte del settore bieticolo e abbiamo “recuperato” circa 280.000 ettari di superfici nelle aree più fertili del paese, ora disponibili a seminativi. Nella regione Marche si coltivavano oltre 30.000 ettari di questa importante coltura industriale. Sempre nelle Marche secondo i dati ISTAT la SAU (Superficie Agricola Utilizzata) tra il 1990 e il 2010 è diminuita di ben 76.000 ettari ovvero del 14% sul totale. Un numero importante che non lascia dubbi circa l’odierna sottoutilizzazione dell’effettivo potenziale agricolo regionale. Se per ipotesi una così importante superficie fosse integralmente dedicata alle colture energetiche per il biogas, sarebbe possibile alimentare circa 250 impianti da 1,0MWe che produrrebbero circa 2,0GWh elettrici per anno: una quantità di energia elettrica in grado soddisfare circa il 25% del fabbisogno dell’intera regione Marche che ha un deficit energetico pari a circa il 50%, ovvero importa il 50% dell’energia elettrica che viene consumata da altre regioni e/o nazioni (stime su dati Terna riferiti all’anno 2010). Inoltre vi sarebbe una energia termica pari circa a quella elettrica da poter utilizzare per il teleriscaldamento di utenze civili ed industriali poste nelle vicinanze di tali impianti.
7 Le produzioni biologiche a km zero
La coltivazione delle biomasse energetiche non risulta affatto incompatibile con le produzioni biologiche. Anzi queste ultime possono essere avvantaggiate con l’utilizzo del digestato che è a tutti gli effetti un fertilizzante/ammendante di origine organica e non chimica. Inoltre molto spesso le colture energetiche sono “seconde colture”, ovvero vengono fatte dopo un primo raccolto di altra coltura (ad esempio il mais piantato dopo il grano su un terreno che altrimenti sarebbe rimasto incolto).
Nel 2010, una delle società operanti nel settore, ad esempio, ha fatto una donazione al Comune di Corridonia di 75.000 Euro per la ristrutturazione del vecchio mercato cittadino finalizzato alla trasformazione dello stesso in un mercato a km zero per le locali produzioni biologiche.
8 Aspetti etici legati agli impianti biogas
Come scritto nel “XII Rapporto Nomisma Agricoltura” (pubblicato nel 2011 da Nomisma con il contributo di Confagricoltura, Unioncamere e Co.Agr.Energy), “è bene non cedere ai timori di chi ipotizza impatti apocalittici sui prezzi dei generi alimentari per il semplice fatto che l’agricoltura diventi anche un produttore di energia. Che il settore primario non produca solo alimenti avviene da sempre e ed è, per certi versi, nell’ordine naturale delle cose: si pensi al tabacco, al cotone, alla lana, alle pelli, alla canapa, all’amido di mais utilizzato come colla, al fatto che anche nell’epoca precedente all’energia fossile l’alcool, gli oli vegetali, i residui di coltivazione fossero utilizzati come combustibili e come carburanti”. A riprova di quanto sopra, negli ultimi anni lo sviluppo delle bioenergie ed in particolare degli impianti biogas, non ha prodotto sostanziali modifiche in termini di utilizzo delle superfici agricole ma viceversa ha sviluppato in alcune aree del paese un rinnovato interesse produttivo, mettendo a coltivazione terreni che erano o rischiavano di essere abbandonati o lasciati incolti per effetto della crisi del settore agricolo. Anche in territori con presenza diffusa di impianti biogas, come ad esempio in provincia di Cremona dove se ne contano oltre 100, non si sono verificati ne squilibri ne tensioni sui prezzi, e solo in alcuni casi una non corretta pianificazione territoriale ha determinato conflitti sugli affitti dei terreni.
9 Gli effetti della pronuncia di incostituzionalità sulla LR 3/2012
Come recentemente affermato dal TAR Marche (sentenza n. 301/2013) ad oggi pare che l’incostituzionalità parziale della LR 3/2012 provochi essenzialmente l’annullamento dei limiti precauzionali regionali di potenza per l’assoggettabilità degli impianti a Via e l’applicabilità sul territorio regionale dei limiti nazionali (50 MW) previsti dal decreto legislativo 152 del 2006, circa 50 volte più elevati rispetto a quelli regionali.
10 Il raggiungimento degli obiettivi di produzione rinnovabile nelle Marche
Con l’entrata in vigore del Dm Sviluppo del 15 Marzo 2012, l’obiettivo nazionale di raggiungere il 17% di consumo di energia (sia termica che elettrica) da fonte rinnovabile è stato ripartito su base regionale tramite il “Burden Sharing”.
Gli obiettivi intermedi e finali a partire dall’anno di riferimento (2009) assegnati alla Regione Marche prevedono l’incremento dei consumi di energia complessiva (termica e elettrica) come di seguito riportato:
|
Obiettivo Regione Marche per l’anno (%) |
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Anno iniziale riferimento |
2012 |
2014 |
2016 |
2018 |
2020 |
|
2.3 |
6.7 |
8.3 |
10.1 |
12.4 |
15.4 |
Ad oggi non esistono dati statistici aggiornati sull’effettivo raggiungimento degli obiettivi assegnati alla Regione Marche. Da alcuni dati preliminari del GSE Edizione 28.02.2013, probabilmente l’obiettivo per il “comparto” elettrico è stato raggiunto, ciò non vieta però assolutamente di poter continuare ad aumentare l’aliquota di energia elettrica da FER come stanno già facendo tutti gli altri paesi industrializzati che hanno addirittura riprogrammato interi piani di sviluppo economico-energetico-industriale per i prossimi 20-50 anni puntando sempre di più sulle rinnovabili. Un piccolo esempio: la Germania, che resta un modello di programmazione politico-industriale anche in campo energetico, il 18 aprile scorso ha superato la soglia del 50% di energia elettrica prodotta da fonte rinnovabile. Per giunta, nonostante la chiusura di ben 8 centrali nucleari, ha continuato ad esportare all’estero nel 2012 proprio grazie all’implementazione di ulteriori FER.
A livello nazionale invece la quota di energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili è di circa il 23.8% e cosa si fa? Ci si accontenta? O si fa innescare, una volta per tutte, un vera rivoluzione culturale delle energie pulite? Insomma l’energia sembra rappresentare l’ultimo problema della nostra politica, quando in realtà dovrebbe essere il nodo prioritario dello sviluppo di un Paese totalmente dipendente dai mercati e dalle risorse energetiche straniere. Non va dimenticato infatti che nel 2012 ben oltre il 13.2% della produzione totale di energia elettrica è derivata dal saldo import-export con l’estero.
Se infine consideriamo la componente di energia termica da fonte rinnovabile, sicuramente gli obbiettivi del Burden Sharing sono ancora molto lontani e gli impianti biogas oggi e gli impianti a biometano nell’immediato futuro (perché è questa l’evoluzione tecnologica che sta avvenendo negli altri paesi, tra i quali spicca, ancora una volta, la Germania) possono tranquillamente contribuire anche su questo comparto energetico.
Un esempio numerico: 1 solo impianto biogas da 1 MWp può mettere a disposizione per i fabbisogni termici della popolazione oltre 82000 MWht ogni anno.
11 L’indice EROEI
L’ “EROEI”, acronimo di Energy Return on Energy Investment, rappresenta il rapporto tra l’energia ricavata da un impianto durante la sua vita utile e l’energia spesa per realizzarlo, mantenerlo per lo stesso periodo di tempo e infine smantellarlo.
Per energia ricavata si considera solo quella effettivamente fruibile (si esclude pertanto eventuale energia termica non utilizzata); per energia spesa si considera solo l’energia messa a disposizione da risorse umane e non naturali (tipo energia solare nel caso di impianti fotovoltaici o energia eolica nel caso di impianti fotovoltaici). Mentre il calcolo dell’energia ricavata è relativamente semplice, purché costantemente attualizzato, il calcolo dell’energia spesa è estremamente più complesso. Le più recenti valutazioni pubblicate su riviste scientifiche da diversi autori, assegnano agli impianti a biomasse un valore teorico dell’EROEI che va da 5 a 27, quindi tra le FER (fonti Energetiche Rinnovabili) è secondo, probabilmente a pari merito con l’eolico (EROEI=20), solo all’idroelettrico (EROEI = 50÷200)(*). Va aggiunto però che sia l’idroelettrico che l’eolico sono fortemente legati alle effettive disponibilità in situ delle risorse naturali che impiegano. Quindi considerando anche questo aspetto, probabilmente gli impianti a biomasse/biogas, essendo molto meno “esigenti” dal punto di vista geografico e fisico-geomorfologico del terreno, potrebbero rappresentare la tecnologia a fonte rinnovabile più virtuosa.
Tale indice comunque ha solo una valenza puramente energetica e non dice nulla ad esempio in merito agli aspetti ambientali e alle esternalità positive troppo spesso tralasciate.
I benefici ambientali apportati dagli impianti biogas, che si riflettono ovviamente anche e soprattutto sulla salute pubblica, sono come di seguito riepilogati.
Un impianto a biogas da 999 kWe che opera almeno 8000 ore all’anno (e in realtà sono molte di più, circa 8600-8700) produce circa 7992000 kWh/anno di energia elettrica, equivalente al fabbisogno elettrico domestico di circa oltre 2000 famiglie.
Se confrontato con la migliore tecnologia di produzione a fonte fossile, per ogni anno di funzionamento un impianto biogas evita l’emissione in atmosfera di:
• circa 3108888 kg di CO2;
• circa 13906 kg di SO2;
• circa 480 kg di NOx;
• circa 7190 kg di polveri;
Ogni anno vengono inoltre risparmiate circa 1495 TEP (Tonnellate Equivalenti Petrolio).
Purtroppo però questi impatti positivi non vengono mai presi in considerazione, ma si continua a pesare e ad ingigantire solo i (presunti) impatti negativi e non si perde occasione per contestare i ritorni economici derivanti dalle tariffe incentivanti.
(* Fonte CIB – Consorzio Italiano Biogas – 23 marzo 2013)
12 Lo smaltimento dei rifiuti organici
Il digestato non è un rifiuto ma bensì un ottimo fertilizzante di origine organica. La normativa e la giurisprudenza sono, sul punto, chiarissime. Ad esempio, con la sentenza del 31 agosto 2012 (n.33588) anche la Corte di Cassazione è intervenuta sull’annosa questione della qualifica del digestato derivante dalla produzione di biogas e, in particolare, sulla possibilità di impiego di tale sostanza a fini agronomici al di fuori del campo di applicazione della normativa in materia di rifiuti. Condividendo le conclusioni del Tribunale del riesame di Perugia, la Corte ha riconosciuto la possibilità di qualificare come sottoprodotto il digestato che presenti le caratteristiche di un fertilizzante o di un ammendante e che, quindi, possa essere impiegato sul terreno a fini agronomici.
13 La combustione
Negli impianti biogas non viene fatta combustione delle biomasse ma bensì fermentazione anaerobica (in assenza di ossigeno) finalizzata alla creazione e stoccaggio di biogas. Il biogas, che è sostanzialmente metano di origine biologica, viene poi utilizzato per alimentare un normale motore endotermico a cui è collegato un alternatore per la produzione di energia elettrica.
14 Le industrie insalubri
Come confermato anche dalla sentenza N. 6117/09 del Consiglio di Stato gli impianti biogas non rientrano tra le industrie insalubri. La sentenza recita “Né rientrano gli impianti medesimi nell’ambito delle industrie insalubri, non essendo i medesimi menzionati fra quelli e non potendo peraltro operare l’analogia nella materia della elencazione degli impianti che rientrano nella insalubrità, nelle varie classi di cui essa consiste”.
15 La speculazione finanziaria
La produzione di energie da fonte rinnovabili è una priorità a livello mondiale che tutti i paesi avanzati cercano di stimolare e sviluppare attraverso sistemi incentivanti, con il comune obiettivo di una maggior tutela ambientale e riduzione del riscaldamento globale. L’incentivazione è necessaria in quanto le fonti rinnovabili hanno oggi costi di produzione superiori rispetto all’utilizzo delle fonti fossili (petrolio, carbone, etc.). Se addebitassimo alle fonti fossili i “costi nascosti” che queste generano (inquinamento ambientale, bonifiche dei siti produttivi, rischi per la salute umana, etc.), il costo di produzione sarebbe ben superiore a quello delle fonti rinnovabili. Da non sottovalutare inoltre che le fonti fossili non sono infinite e pertanto in ottica di lungo periodo debbono necessariamente essere affiancate e sostituite con altre fonti che per definizione sono “rinnovabili”. Con particolare riferimento agli impianti biogas in Italia, l’attuale sistema incentivante ha permesso un’accelerazione nello sviluppo di questi impianti sul territorio e ha creato i presupposti per consolidare una filiera di approvvigionamento virtuosa, mitigando gli effetti dello spargimento dei reflui zootecnici sui suoli agricoli, andando a riattivare i terreni incolti e producendo energia “verde”. Da un punto di vista economico questo ha permesso di sostenere e stimolare il settore agricolo e quello zootecnico, dando una fonte di reddito complementare, aumentando la domanda per le colture bioenergetiche ed aiutando a risolvere il problema della gestione dei sottoprodotti con la produzione di concimi organici di qualità. Va inoltre sottolineato che l’incentivazione degli impianti biogas ha permesso la nascita e lo sviluppo di un intero settore industriale a livello nazionale, composto da importanti realtà imprenditoriali del “Made in Italy” specializzate nella realizzazione e manutenzione di questo genere di impianti. Un settore che, a differenza del fotovoltaico, è riuscito a far ricadere sul territorio nazionale gran parte dei benefici economici legati al suo importante sviluppo, sia in termini occupazionali che di creazione del valore. Oggi, grazie alla politica di sviluppo del mercato nazionale fatta negli anni passati, gli operatori italiani del settore esportano in tutta Europa prodotti, servizi e competenze, affermando l’Italia come uno dei paesi leader a livello internazionale. Stimolare investimenti nelle energie rinnovabili, nella tutela e nel miglioramento ambientale, in settori strategici come l’agricoltura e la produzione di energia, ha decisamente ben poco a che vedere con la speculazione finanziaria o commerciale. Gli impianti biogas non sono delle operazioni speculative, ma vere e proprie aziende la cui gestione è caratterizzata da un suo rischio d’impresa. Queste realtà, avviate con importanti investimenti iniziali, hanno significative ricadute sia in termini economici che occupazionali sul territorio. Con particolare riferimento a quest’ultimo aspetto, ogni impianto da 1,0 MWe impiega, tra diretti ed indiretti, circa 20 nuove risorse. Non solo tecnici specializzati ed operatori agricoli, ma anche e soprattutto biologi, ingegneri ed agronomi impiegati nello sviluppo, realizzazione e gestione di questi impianti tecnologici.
Confido di avervi risposto e rimango aperto al confronto perchè ogni occasione seria per informare i cittadini è un’occasione da non perdere.
Vi ringrazio per l’occasione così come ringrazio coloro che avranno avuto la pazienza di leggere.
Cordiali saluti.
Paolo Tanoni