SERVE ANCORA LA SINISTRA?

E’ ormai di tutta evidenza che a distanza di  due secoli, e cioè dal primo esperimento di industrializzazione dell’attività produttiva, oggi, come allora, si stia riproponendo la questione sociale come problema di stretta pertinenza politica del rapporto di forze tra le varie componenti sociali con tutte le sue punte acute.

Con un occhio alla storia, non si può dire che  prima quel problema non esistesse, in certi tempi è stato anche più drammatico, aveva dato adito a proteste, a rivolte anche violente, ma non aveva dato vita ad un organico, coordinato, elaborato progetto politico idoneo a coinvolgere consapevolmente tutti gli interessati.

Nella stessa rivoluzione francese  si può trovare un atteggiamento quasi esclusivamente ribellistico da parte dei più esposti  all’emarginazione sociale mentre vi è presente  una rilevante componente politica in quello della borghesia che, non a caso, diventa alla fine la vera beneficiaria dell’evento rivoluzionario.

Si deve arrivare a Karl Marx, a metà dell’800 ed in coincidenza con la prima rivoluzione industriale, per avere un organico progetto politico  che si fa carico dei problemi relativi alla questione sociale puntando sulla questione dei rapporti di forza.

Da questa base parte l’organizzazione, sotto l’etichetta socialista, della sinistra politica.

L’approccio marxista, che è politico, filosofico, economico, provoca presto un vivace confronto tra filosofi, economisti, politici che spesso diventa addirittura  scontro lacerante.

Vi si innestano degenerazioni, false interpretazioni, forse dovute anche a qualche eccesso utopistico presente nella visione marxista come quella di annullare l’interesse individuale in quello collettivo.

Ma la storia per sua natura non resta mai completamente ferma ed almeno nei Paesi più avanzati anche culturalmente, ma soprattutto economicamente  (a parte si dovrebbe analizzare l’origine di tale supremazia) le politiche di sinistra, grazie alle lotte organizzate da formazioni progressiste, assicurano risultati positivi per le categorie più deboli attenuando sensibilmente i problemi più angoscianti della questione sociale.

Tuttavia l’assetto sociale, diviso per classi, che lascia al vertice quelle privilegiate in quanto detentrici del potere economico, resta fondamentalmente invariato.

Nemmeno nei Paesi comunisti si verifica l’eliminazione dei privilegi che sono all’origine della questione sociale: la casta politica ha preso il posto di quella di censo.

A metà degli anni ’80 del secolo scorso, almeno nei Paesi occidentali, riprende spessore la questione sociale: infatti con il liberismo sfrenato che si impone inizia a tornare consistente il  gap tra ricchi e poveri con la precarizzazione sotto ogni aspetto della vita di questi ultimi.

Frastornati e confusi dalla logica consumistica, a sinistra succede che  non si ha la forza di reagire, c’è un cedimento anche a livello culturale nel presupposto ottimistico ma infondato di uno sviluppo senza fine.

Si sbeffeggia, e non soltanto da parte avversaria, chi, a sinistra, attaccato ai principi della giustizia sociale più che a quelli dei benefici personali, invoca moderazione nella consapevolezza che non è materialmente possibile dare tutto a tutti.

Se c’è, e diamine se c’è, un limite allo sviluppo succede necessariamente che uno prende la parte dell’altro se non vengono presidiati i principi della giustizia distributiva.

Ma altri elementi di grande rilevanza hanno peggiorato  il quadro e richiederebbero grande vigilanza da parte di una forza di sinistra.

Accennandoli: il costante progresso tecnologico destinato ad incidere sui livelli occupazionali, l’entrata in scena di Paesi prima emarginati che interferisce sulla divisione internazionale del lavoro e sulle politiche di investimento, le emigrazioni di massa che sicuramente concorrono ad abbattere i livelli retributivi, la finanziarizzazione dell’economia in sostituzione dell’attività produttiva.

A fronte di questo quadro, a mio modo di vedere, diventa indispensabile la presenza  di una sinistra portatrice di un suo progetto complessivo che abbia lo stesso respiro di quello allora concepito da Marx, ma naturalmente collegato alla realtà attuale  che è totalmente diversa da quella dell’epoca  cui si riferiva il filosofo di Treviri.

Per la sinistra odierna il problema non è quello dei ritocchi, degli adattamenti, che sarebbero subalterni anche culturalmente  alla logica economica oggi  tanto clamorosamente  prevalente e che ne hanno determinato la marginalizzazione.

Pietose le attuali contrapposizioni interne alla sinistra italiana che non  vanno  oltre la punta del naso, che generano sfiducia e scetticismo, che facilitano la strada dei populismi abili ad approfittare dello scontento, poi destinato a crescere con le probabili  ulteriori delusioni.

Forse è arrivata l’ora di rivedere a fondo anche  gli stessi classici presupposti dell’economia capitalistica, imperniata sui due fattori del capitale, da una parte, e del lavoro, dall’altra, nel senso di arrivare ad unificare gli interessi  di  tutti  nella giusta remunerazione dell’apporto individuale all’attività produttiva e ripartizione tra tutti dell’utile finale.

Mi prendo, a conclusione, la libertà di parafrasare il vecchio  Nenni : RIDESTARSI  o  PERIRE.

Gianni Bonfili.

 

 

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