Nelle lunghe giornate residue della mia ormai avanzata vecchiaia mi capita di fermarmi a riflettere sui tanti angosciosi problemi dei tempi che corrono e mi chiedo, anche se così non corro il rischio di entrare nel campo delle astrazioni intellettualistiche.
I miei figli, persone normali, non mancano di suggerirmi di allentare, di cercare di vivere i giorni che mi restano più serenamente perché tanto il mondo è sempre andato avanti con il suo tran tran, senza strappi violenti, presto riassorbiti quando si sono, raramente, verificati.
Su due questioni si sofferma la mia attenzione perché sono nuove soprattutto per la loro dimensione : il lavoro precario e l’immigrazione.
A partire dagli anni ’60,quelli della mia prima giovinezza e delle mie prime esperienze politiche, con la prima industrializzazione, con il forte ridimensionamento del lavoro agricolo, con la consistente riduzione dell’emigrazione esterna sostituita da quella interna, il nostro problema occupazionale aveva trovato una risposta abbastanza soddisfacente in termini di stabilità.
Non è questa la sede per approfondire i molteplici presupposti che hanno determinato tale risultato, dalle facilitazioni creditizie ai trattamenti retributivi, ma non solo.
Oggi la realtà è profondamente diversa : prevale la precarietà nel rapporto di lavoro, anche in quello pubblico e parapubblico, he equivale alla estrema incertezza per il futuro di un giovane, che è quanto di più distruttivo sul piano psicologico per una persona.
Gli economisti postulano la provvisorietà del rapporto di lavoro in una situazione di pieno impiego, quando non c’è problema per nessuno di passare da un posto all’altro, magari a costo di spostamenti o di riqualificazioni professionali.
Ma, come nella situazione presente, o si va verso la politica dei sussidi sostenuta dalla fiscalità generale o si va verso l’autogestione dell’attività produttiva da parte delle maestranze, nel superamento dell’antica dicotomia imprenditore, datore di lavoro-dipendente, che penso non si porrebbero o non dovrebbero porsi l’obiettivo del massimo profitto, come è per il singolo imprenditore privato.
L’altra questione è la disordinata e selvaggia immigrazione in atto.
Ci sono motivi validi accanto ad altri molto meno validi per accettare il fenomeno migratorio, ma pur sempre da sottoporre a precise regole.
Resta, però, sullo sfondo un problema fondamentale che va alla radice.
L’emigrazione è un dramma individuale per molti aspetti, come mi porta a credere quell’emigrante recanatese, ricordato in una poesia in vernacolo del nostro indimenticabile Remo Stortoni, che chiedeva in una lettera ad un suo parente di inviargli in un disco il suono del campanone della nostra Torre civica che gli rammentava il suo soggiorno recanatese, fonte di immensa nostalgia.
In un diverso modello di sviluppo economico mondiale che introducesse nel processo produttivo i Paesi fino ad oggi esclusi, affiancato ad una politica demografica totalmente innovativa, il movimento migratorio avrebbe la stessa intensità attuale?
Più che intervenire sugli effetti con l’accoglienza dedicherei ogni sforzo all’intervento sulle cause.
Gianni Bonfili.
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