Adelio Bravi, psicologo, entra nella vicenda della tragedia dell'omicidio-suicidio di Sambucheto anche se tiene a precisare che parla senza conoscere il caso ma semplicemente prendendola come esempio. Per lui si tratta dell’esito drammatico di una relazione affettiva sbagliata in cui l’idea di un possesso esclusivo del proprio figlio è prevalente. Bravi invita tutti a fare molta attenzione a gestire il processo della separazione che spesso “viene gestito in maniera sbagliata dalle strutture preposte. La separazione non è la conclusione di un rapporto ma la trasformazione di quel rapporto. Purtroppo la conflittualità della coppia spesso non si esaurisce con la separazione, anzi si acuisce anche perché tutto intorno concorre a fare in modo che questa conflittualità sia accentuata. Molto raramente queste persone sono accompagnate verso un’attenuazione delle loro problematiche: avvocati, psicologi, assistenti sociali, molto spesso hanno l’obiettivo opposto non per mala fede ma perché s’innesca il meccanismo di ottenere per il proprio assistito il massimo e non ci si preoccupa di trovare una modalità per attenuare la conflittualità.” Per Bravi il suicidio non è generalmente il frutto della disperazione ma, anzi, la soluzione. E’ possibile prevedere e accorgersi di questa disperazione? “E’ chiaro che una persona che ha una preparazione professionale e sappia dove guardare può accorgersi di alcuni segnali, di un rapporto non armonico fra una madre e un figlio basato su un legame esclusivo e identitario. Queste persone, comunque, sono estremamente riservate proprio perché non vogliono assolutamente far trasparire questa loro decisione per il semplice motivo che si rendono perfettamente conto che andrebbero incontro a situazioni che ostacolerebbero questa loro decisione.” Una problematica che ci si è posto è stata quella di come spiegare ai piccoli compagni di scuola di Giosuè che cosa fosse successo. “I bambini sanno bene quello che è accaduto e dar loro una mano non significa chiudere loro gli occhi, anche perché per quanto glieli vuoi chiudere vedono e sentono, per cui non dire tutta la verità ha l’unico effetto di convincerli che gli adulti mentono. Bisogna loro raccontare che le cose brutte delle fiabe possono succedere perché non è vero che il mondo è fatto tutto di belle persone. Il problema non è la presenza o meno di un trauma ma la possibilità di superarlo con gli strumenti che a quell’età hanno a loro disposizione. Io non sono d’accordo che dobbiamo tenere protetti i bambini dai traumi, dalle frustrazioni: l’unico effetto è che quegli strumenti, che a quell’età hanno a disposizione per superare i traumi, non crescono, non si sviluppano, perché non vengono messi in moto, e si ritroveranno da adulti senza gli strumenti per affrontare le avversità della vita.”
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