La sentenza del Tar sul Burchio apre al consumo del territorio.

Con la sentenza del TAR, (che annulla le delibere della giunta Montali, rigetta la richiesta di risarcimento danni della Coneroblu e compensa le spese  legali) riprende fiato a Porto Recanati una logica politica fra le più deleterie della storia del nostro paese, quella che si fonda sul principio che lo sviluppo passa attraverso l’uso smodato – meglio sarebbe definirlo abuso – del territorio, i cui effetti negativi sono da tempo sotto gli occhi di tutti.

Nel merito delle motivazioni che hanno suggerito la decisione al Tribunale almeno due principi giuridici declamati sono assolutamente da non condividere:

  1. Si può disattendere la normativa regionale che vieta l’ulteriore consumo di suolo agricolo, e dunque spalmare a piacimento i volumi su suoli vergini, semplicemente riducendo di poco le cubature previste  nel piano regolatore vigente.
  2. Le scelte urbanistiche che il Comune è chiamato a compiere non sono il frutto di una valutazione del miglior assetto del territorio, poiché non sono scevre da qualsivoglia condizionamenti provenienti  dai portatori di interessi.

In tutta coscienza, siamo convinti che la legge regionale non ammette deroghe che, se previste,  svuoterebbero la norma della finalità per cui è stata scritta.

Inoltre, la contraddizione di fondo che, a nostro giudizio, inficia la valutazione del TAR, è contenuta proprio nella seconda affermazione, ove si sostiene che la variante non è figlia di una pianificazione diretta a perseguire il suo unico scopo, il miglior assetto del territorio, ma piuttosto i condizionamenti dei privati.

Con determinazione abbiamo operato per difendere dei valori che sono veri e propri “beni della vita”, senza piegarci alle logiche di un metodo di amministrazione già rivelatosi miope nel lungo periodo, quello della leva urbanistica e del mercato edilizio come unica risorsa per fare cassa.

Abbiamo difeso con coraggio una visione diversa nella gerarchia fra interesse pubblico e privato, e biasimato il metodo dell’urbanizzazione a “macchia di leopardo”, senza nasconderci dietro ai falsi alibi  del timore di risarcimenti miliardari paventati da chi, ormai da tempo, ha rinunciato alla difesa dei diritti e dei beni comuni, in favore di una politica di totale asservimento al  potere economico sovrano.

Tornando nel merito, la sentenza andrebbe senz’altro appellata: la consapevolezza e l’amarezza stanno nel fatto che nessuno di chi oggi è in condizione di farlo, lo farà.

 

Uniti per Porto Recanati

 

 

 

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