{"id":13717,"date":"2019-11-05T13:47:49","date_gmt":"2019-11-05T13:47:49","guid":{"rendered":""},"modified":"-0001-11-30T00:00:00","modified_gmt":"-0001-11-29T22:00:00","slug":"230e0d8526a380c52a260dc44c7d3283","status":"publish","type":"post","link":"https:\/\/radioerre.net\/index.php\/2019\/11\/05\/230e0d8526a380c52a260dc44c7d3283\/","title":{"rendered":"LA SCENA DEL CRIMINE E SOPRALLUOGO DI POLIZIA GIUDIZIARIA"},"content":{"rendered":"<p>\n\t<img alt= src=http:\/\/lnx.radioerre.net\/notizie\/images\/rubriche\/accattoli\/Accattoli Gabriele.jpg style=height: 165px; width: 150px; border-width: 3px; border-style: solid; margin: 3px; float: left; \/><\/p>\n<p>\n\t<strong>Ci eravamo lasciati con l&rsquo;ultimo articolo dove avevo accennato alla lavorazione fotografica delle impronte di creste papillari rinvenute sulla scena del crimine.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Giusto per specificare un termine pi&ugrave; tecnico, le impronte rinvenute sulla scena del crimine, generalmente, si indicano come &ldquo;frammenti di linee papillari&rdquo; o &ldquo;porzioni&rdquo;.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>La lavorazione fotografica ha lo scopo di riportare il frammento di linee papillari rinvenute, nello stesso stato di presentazione dell&rsquo;impronta madre, quindi, creste nere su sfondo bianco e verso &ldquo;positivo&rdquo;.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>La necessit&agrave; di lavorazione dipende da quale metodo di evidenziazione &egrave; stato utilizzato, ovvero, ad esempio, se l&rsquo;impronta &egrave; stata evidenziata con il pennello magnetico e polvere nera, su un foglio bianco, la semplice riproduzione fotografica ci dar&agrave; la stessa presentazione dell&rsquo;impronta madre; se invece il frammento d&rsquo;impronta &egrave; stato evidenziato con ciano-acrilati su una superfice scura, l&rsquo;impronta si presenter&agrave;, cromaticamente parlando, invertita nei colori, creste bianche su sfondo nero;&nbsp; se invece l&rsquo;impronta &egrave; stata evidenziata con polvere di alluminio, quindi creste bianche, ed asportata con un gommino scuro, avremmo, oltre alla conversione dell&rsquo;aspetto cromatico, anche una riproduzione invertita, speculare, del disegno.<\/strong><img alt= src=http:\/\/lnx.radioerre.net\/notizie\/images\/rubriche\/accattoli\/impronte scarpe6.jpg style=height: 146px; width: 200px; border-width: 3px; border-style: solid; margin: 3px; float: right; \/><\/p>\n<p>\n\t<strong>Teniamo presente che le polveri classiche possono essere nere, argento, bianche e rosse, poi abbiamo le polveri fluorescenti, generalmente gialle, arancioni e verdi, polveri &ldquo;cangianti&rdquo; che adattano il colore rispetto ad un automatico contrasto cromatico con la superficie. I gommini per l&rsquo;asportazione sono di due tipi e due colori; possono essere bianchi o neri direttamente nella parte adesiva con la quale si asporta l&rsquo;impronta, generando un&rsquo;impronta invertita di posto, ovvero, sempre con sfondo nero o bianco, ma la parte adesiva che asporta l&rsquo;impronta &egrave; trasparente che sar&agrave; poi adagiata sullo sfondo, pertanto riprodurr&agrave; automaticamente la rotazione del disegno.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Con i moderni sistemi fotografici l&rsquo;operazione &egrave; semplice, l&rsquo;impronta si scannerizza, poi con un semplice programma fotografico basta usare il comando &ldquo;inverti&rdquo; per avere le linee delle creste da chiare a scure, ed usare il comando &ldquo;rotazione speculare&rdquo; per invertire il disegno delle stesse.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>L&rsquo;importanza particolare l&rsquo;ha la &ldquo;striscetta metrica&rdquo;, la stessa ci permette di riprodurre l&rsquo;impronta a &ldquo;grandezza naturale&rdquo;, allo scopo di avere la stessa dimensione dell&rsquo;impronta madre con la quale si andr&agrave; a fare la comparazione.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<img alt= src=http:\/\/lnx.radioerre.net\/notizie\/images\/rubriche\/accattoli\/impronte 1.jpg style=height: 214px; width: 200px; border-width: 3px; border-style: solid; margin: 3px; float: left; \/><strong>Quando l&rsquo;operazione doveva essere effettuata con la fotografia analogica, tradizionale, per i frammenti da invertire di posto e\/o colore, l&rsquo;operazione era molto pi&ugrave; complessa, si doveva fotografare il frammento, poi una volta sviluppata la pellicola, si doveva riprodurre la stessa con un&rsquo;altra pellicola, mettendo le due pellicole a contatto tra loro, con un&rsquo;apposita macchina, scegliendo il verso della seconda pellicola se si doveva invertire solo il colore o anche il posto.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Un procedimento articolato e difficile da spiegare, ma in realt&agrave; pi&ugrave; semplice di quanto possa sembrare, mi spiego: abbiamo un gommino nero con un disegno di creste papillari bianco, noi dobbiamo riprodurre fotograficamente il &ldquo;negativo dello stesso&hellip;&hellip;.. lo so, potrebbe non essere facile da capire.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Provo a spiegarlo meglio con l&rsquo;idea, strampalata, che avevo avuto dopo tanti tentativi di trovare un sistema pi&ugrave; veloce e con meno passaggi.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Ricordate quando in un altro articolo avevo detto che al Gabinetto Provinciale di Polizia Scientifica di Macerata aveva un banco ottico, in legno, del 1912 perfettamente funzionante? L&rsquo;idea &egrave; ricaduta l&igrave;; partendo dal fatto che il prodotto fotografico finale era l&rsquo;immagine del negativo, ho fatto una considerazione e mi sono posto una domanda, &ldquo;&hellip;..ma se io nel contenitore della lastra fotografica, negativo, invece di inserire lo stesso, inserisco direttamente un foglio di carta sensibile da impressionare, avr&ograve; direttamente la stampa del negativo su carta&hellip;?&rdquo; mi sono messo li, ho provato, ed il risultato &egrave; stato grandiosamente perfetto. Con un solo passaggio, usando una macchina fotografica dell&rsquo;anteguerra, in legno su tre piedi, avevo prodotto la stampa fotografica dell&rsquo;impronta invertita di posto e colore da passare ai dattiloscopisti per i successivi confronti.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Il metodo dava un risultato stupefacente, un&rsquo;immagine fotografica pulita e dettagliata, molto pi&ugrave; del sistema classico, al punto che ancora oggi i miei colleghi della Scientifica di Macerata, per impronte importanti o poco nitide, dove occorre una pi&ugrave; accurata lavorazione, utilizzano questo sistema.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Direi di chiudere qui l&rsquo;argomento della lavorazione per passare alla comparazione dell&rsquo;impronta.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Le impronte papillari sono uniche, questo l&rsquo;ho gi&agrave; focalizzato nell&rsquo;ampio spazio che ho dato alla storia, e questo aspetto permette l&rsquo;identificazione di una persona, non esistendo due impronte papillari &ldquo;uguali&rdquo; tra loro.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Ma la particolarit&agrave; per una dimostrazione di identit&agrave; dattiloscopica non &egrave; data dal &ldquo;disegno&rdquo; che le creste delle linee papillari formano, questo potremmo trovarlo uguale o simile in tanti soggetti; la particolarit&agrave; &egrave; data dalle interruzioni e dalle intersezioni, da piccoli tratti e isolette o occhielli ed altro che le linee creano all&rsquo;interno del disegno, elementi chiamati &ldquo;punti caratteristici&rdquo;.<\/strong><img alt= src=http:\/\/lnx.radioerre.net\/notizie\/images\/rubriche\/accattoli\/impronte 10.jpg style=height: 267px; width: 200px; border-width: 3px; border-style: solid; margin: 3px; float: left; \/><\/p>\n<p>\n\t<strong>Questi punti caratteristici sono ben delineati ed identificati, e la loro posizione d&agrave; la vera caratteristica di &ldquo;unicit&agrave;&rdquo; dell&rsquo;impronta; l&rsquo;interruzione o biforcazione delle linee sono indicate come &ldquo;linea interrotta a destro o a sinistra&rdquo; e &ldquo;biforcazione a destra o a sinistra&rdquo;.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>La presenza e la posizione di questi punti caratteristici definiscono &ldquo;l&rsquo;identificazione dattiloscopica&rdquo; per la quale occorrono almeno 16 o 17 punti caratteristici per potere stabilire con certezza che quel frammento o porzione d&rsquo;impronta papillare appartenga ad una determinata persona.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>La quota sopraindicata, 16 o 17 punti, &egrave; stata teorizzata alla fine del 1800, primi del 900 dal Professore di Medicina Legale&nbsp; Victor Baltahazard. Lo stesso svilupp&ograve; una sequenza matematica atta a stabilire quanti ponti caratteristici servissero per stabilire con certezza l&rsquo;identit&agrave; dattiloscopica. La teoria prodotta da Baltahazard stabiliva che le possibilit&agrave; che due impronte presentassero 17 punti caratteristici uguali erano una su 17.179.869.184,00; da ci&ograve; ne deriv&ograve; che, essendo la popolazione della terra di oltre 6.000.000.000 di individui, trovare due impronte uguali con una corrispondenza di 17 punti caratteristici era praticamente pari a zero.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Dopo questa teoria ne sono seguite diverse, prendendo anche in considerazioni porzioni di impronte ed altro, ma il risultato statistico &egrave; sempre stato lo stesso, percentuali di possibilit&agrave; praticamente vicine allo zero.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>In Italia, la parola definitiva sull&rsquo;identit&agrave; dattiloscopica con 17 punti caratteristici fu data il 14 novembre 1959 dalla 2^ sezione della Corte Suprema di Cassazione, che con la sentenza nr. 2559, affermava il principio che &ldquo; le emergenze delle indagini dattiloscopiche offrono senz&rsquo;altro piena garanzia di attendibilit&agrave;, anche quando esse riguardano solo una porzione del dito, sempre che dalle dette indagini risulti la sicurezza dell&rsquo;identificazione dell&rsquo;impronta attraverso l&rsquo;esistenza di almeno 16.17 punti caratteristici uguali per forma e posizione&rdquo;.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Quanto ho detto ed &nbsp;esposto riguarda le impronte di creste papillari delle mani e piedi (digitali, palmari o plantari), ma in criminalistica esisto altre impronte che hanno interesse, spesso o quasi sempre, non utili a dare con certezza inequivocabile l&rsquo;identit&agrave; certa, per&ograve; comunque utili a dare prove scientifiche idonee a fornire elementi di supporto alle indagini, trasformandosi poi in fase del dibattimento processuale come prove di fatto.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Mi riferisco, ad esempio, alle impronte di pneumatici, di calzature, di oggetti\/strumenti effrattori, o di qualsiasi altra &ldquo;impronta&rdquo; lasciata da un qualsiasi oggetto inerente il reato.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Anche queste impronte, come quelle papillari, possono essere lasciate per asportazione o sovrapposizione di materiale, o per contatto con materiale pi&ugrave; o meno modellabile.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t<strong>Le tecniche per la riproduzione e conservazione di queste impronte sono diverse e in base alla loro natura. Fermo restando la fotografia, pilastro fondamentale per tutto, la tecnica pi&ugrave; utilizzata &egrave; il &ldquo;calco&rdquo; dell&rsquo;impronta che pu&ograve; essere eseguito con il gesso o con altri materiali plastici modellanti..<\/strong><img alt= src=http:\/\/lnx.radioerre.net\/notizie\/images\/rubriche\/accattoli\/impronte 11.jpg style=height: 88px; width: 200px; border-width: 3px; border-style: solid; margin: 3px; float: right; \/><\/p>\n<p>\n\t<strong>Qui chiudo l&rsquo;argomento rilievi dattiloscopici ed impronte, e contestualmente si chiude anche il capitolo relativo ai rilievi tecnici sulla scena del crimine. Il percorso degli articoli inerenti la criminalistica avr&agrave; un seguito, sono ancora tanti gli argomenti da trattare, per&ograve; desidererei prima suscitare la vostra curiosit&agrave; con aspetti di &ldquo;criminologia&rdquo; nonch&eacute; racconti ed analisi di storie vere.<\/strong><\/p>\n<p>\n\t&nbsp;<\/p>\n<p>\n\t<strong>&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp;&nbsp; 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Accattoli Gabriele<\/strong><\/p>\n<p>;<\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>Ci eravamo lasciati con l&rsquo;ultimo articolo dove avevo accennato alla lavorazione fotografica delle impronte di creste papillari rinvenute sulla scena del crimine. 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