Il manoscritto de l’Infinito del Leopardi, non è un originale

Allora non esiste per ora una terza edizione dell’Infinito del Leopardi. Il manoscritto  esaminato dal perito grafologo  Maria Concetta Aquilino di Tolentino, incaricata dal Gip del Tribunale di Macerata a fare luce sulla sua autenticità e  che stava nel giugno dell’anno scorso, per essere venduto dalla Minerva Auctions casa d’asta romana per un valore iniziale di 150 mila euro, è un tarocco. E’ quanto ha concluso la grafologa tolentinate, consegnando il risultato del suo studio al giudice. A quanto pare questa edizione de l’Infinito, quasi frapponile a quella presente nella Biblioteca Nazionale di Napoli è una ricostruzione fedele, su carta autentica dell’ottocento, eseguita a Civitanova Marche. Ciò starebbe ad avvalorare l’ipotesi sempre più plausibile come un tempo, soprattutto verso la metà  del secolo scorso anche  la stessa famiglia Leopardi si servisse spesso di queste copie fatte su carta d’epoca dell’ottocento realizzate  da appassionati stampatori per riprodurre l’illustre  poesia e  farne omaggio ad amici o personalità. Naturalmente senza alcun intento di inganno perché tutti sapevano che si trattavano di copie grafiche della poesia originale conservata nella Biblioteca Nazionale di Napoli scritto dal poeta su carta rigata e con un pennino dal tratto sottile.  La stessa riproduzione grafica, per intenderci, è quella  che compare oggi nella gigantografia presente nel Palazzo Comunale di Recanati e nelle cartoline vendute ai turisti fin dagli anni ’60 del ‘900.

Il terzo presunto originale come si ricorderà, era stato rinvenuto  dal direttore degli Istituti culturali del Comune di Cingoli, Luca Pernici, all’interno di una collezione privata, in parte proveniente dal disperso archivio dei conti Servanti Collio di San Severino e stava per essere venduto all’asta, come già riferito, alla Minerva Auctions di Roma per una cifra considerevole.  Ma all’improvviso il colpo di teatro: la Soprintendenza archivistica del Lazio, in seguito ad una perizia, agli atti dell’inchiesta della Procura di Macerata, ha definito quel manoscritto   «un calco», «un perfetto facsimile».  Troppo identico all’originale di Napoli, insomma, per essere vero. Fu lo stesso Vanni Leopardi, discendente della nobile famiglia recanatese a sollevare per primo il sospetto che non fosse un documento autografo del poeta invitando ad approfondire alcuni aspetti sulle circostanze in cui sarebbe uscito da casa Leopardi conoscendo lo scrupolo con cui venivano catalogati tutti i beni presenti nel Palazzo. Luca Pernici, direttore degli istituti culturali di Cingoli, uno dei due indagati, con l’accusa di aver detenuto al fine di farne commercio un manoscritto risultato essere un calco o un perfetto fac simile, ha riferito al magistrato che il manoscritto, trovato  all’interno di un archivio, è stato fatto subito esaminare a degli esperti. “Anche l’ufficio per i Beni librari del ministero della Cultura ha riconosciuto che era autentico”. L’altro indagato è Luciano Innocenzi, proprietario del manoscritto.

 

 

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