La dispersione scolastica, un costo economico e sociale

di Girio Marabini. Il tema della dispersione scolastica è un problema reale, che , purtroppo,sembra  non appassionare più di tanto, né gli addetti ai lavori né l’opinione pubblica, eppure essa ha un costo economico e sociale notevole.

Le scuole (superiori e medie) per le attività di recupero , spendono infatti cifre considerevoli. Una scuola superiore, ad esempio, con 700 alunni spende mediamente 30.000 € ; il costo di un ora di attività di insegnamento dei docenti nei corsi di recupero è di 50 € lorde, senza contare poi i costi di gestione e di organizzazione.

Peraltro  i risultati complessivi non sono soddisfacenti: il recupero non è sempre completo e spesso si rischia di perdere di vista il consolidamento ed il potenziamento degli alunni che possono aspirare all’eccellenza.

Inoltre i genitori continuano ad essere costretti a mandare i loro figli a ripetizione privata.

E’ indubitabile poi che la dispersione scolastica abbia anche un costo sociale.

Che cosa si può fare per ridurre il fenomeno della dispersione scolastica?

Di fronte ad alcuni alunni , che possiamo definire “perdenti”, ogni sforzo risulta inefficace e appare  come un inutile accanimento terapeutico.

Chi sono i perdenti’? Sono coloro che non riescono a vincere i propri limiti, le difficoltà oggettive della loro condizione sociale, economica, il disagio esistenziale di giovani abbandonati a se stessi, che godono di un’autonomia precoce e non guadagnata. Sono i ragazzi, che un tempo chiamavamo difficili, dei quali potersi liberare, che fanno impazzire gli insegnanti. E’ vero che spesso essi reagiscono in modo aggressivo a qualsiasi sollecitazione, sono disinteressati alla vita della scuola, impediscono di lavorare all’insegnante volenteroso. Assumono atteggiamenti di aperta sfida all’istituzione, sembrano apparentemente appagati della loro condizione e si sentono già grandi e capaci di fare da soli, eppure sono dei perdenti. Come considerare altrimenti alunni che pur vivendo anni nella scuola non hanno raggiunto neppure una minima competenza?

Di chi è la colpa? Sicuramente la loro, perché non dimostrano alcuna volontà. Ed è facile  dirlo.

Ritengo tuttavia che nella scuola dell’obbligo, fino al secondo anno delle superiori, la principale responsabilità in ordine alla formazione sia anche della scuola, che dovrebbe rivedere obiettivi, metodi e strumenti.

Nella mia carriera scolastica ho toccato  con mano che non è sufficiente migliorare la qualità organizzativa della scuola ma occorre anche modificare l’approccio culturale e  pedagogico con il quale  si organizzano le lezioni e si affrontano le relazioni all’interno del gruppo classe. Occorre cioé cercare più che una qualità organizzativa una qualità pedagogica che metta al centro della vita della scuola la persona.

Della dispersione scolastica viene messo in evidenza di solito l’aspetto della organizzazione  per qualificare concettualmente tale termine; è una organizzazione di qualità quella che riesce a non disperdere il proprio lavoro ed è efficace in ordine ai risultati ottenuti. La dispersione è guardata cioé più dal punto di vista dell’insegnamento che dal punto di vista dell’apprendimento.  Di fronte all’alunno in difficoltà invece la dispersione si concretizza non solo nel fatto che si disperdono le energie e le fatiche degli insegnanti (l’organizzazione), ma anche e soprattutto  le potenzialità   di quel ragazzo “difficile” e   di quegli alunni volenterosi che , vivendo quotidianamente situazioni di vivacità estreme,non trovano un ambiente adatto allo svolgersi migliore della propria personalità.

Non voglio essere frainteso: non si tratta, allora, di garantire la promozione anche a chi non la merita, eliminando così il problema.

E’ necessario invece costruire una didattica che sappia offrire percorsi diversi a persone diseguali, in modo da garantire una promozione reale, un progresso sicuro verso la costruzione di una nuova persona. L’obiezione è sempre la solita: come è possibile realizzare una didattica personalizzata di fronte al fatto che le classi sono sempre più numerose?

In quelle condizioni, lo ammetto, é comodo utilizzare i soliti strumenti: la lezione frontale, le prove di verifica, il voto…i provvedimenti disciplinari. Sono convinto, tuttavia che nessuno ci ha chiesto di essere insegnanti: è un ruolo che abbiamo voluto per passione e aspirazione. Non lavoro in una catena di montaggio ma contribuisco alla realizzazione di un progetto di vita di una persona. Il ruolo di insegnante , ne sono stato sempre convinto,è una missione che non può ridursi alla trasmissione del sapere. Il sapere non è dato ma si costruisce insieme all’alunno: il sapere è ricerca appassionata. L’insegnamento in tale modo acquista un valore etico (ricerca e costruzione cooperativa) e un valore sociale con le relative responsabilità aggiuntive. Secondo la mia visione del mondo un valido contributo potrebbe venire, anche per i non cristiani,  dall’etica dell’essere per gli altri. In tale contesto l’insegnante diventa educatore e  l’agire sovrasta per importanza il semplice dire. L’insegnante – educatore è persona significativa che pratica regole e valori, e assume la parola e l’azione a criterio dell’intero comportamento appellandosi alla volontà e al cuore. Si tratta di dare all’altro ciò che crediamo di dovere a noi stessi, orientare l’io in direzione dell’altro senza rinuncia alla consapevolezza di sé e della propria disciplina: essere vigili, aperti, disponibili, usare un linguaggio mansueto che incoraggia e sostiene. E’ chiaro che solo  offrendo questa disponibilità si dà un servizio di qualità. Debbo dire che, nella nostra realtà locale, numerosi sono gli insegnanti che , nonostante la scarsità di mezzi, le delusioni e gli attacchi alla propria carriera in termini economici e sociali, hanno consapevolezza di questo nuovo ruolo di educatori  e si impegnano con passione per cercare di fornire risposte adeguate alle esigenze di tutti gli alunni. Per questo vanno dati loro la massima considerazione ed il massimo sostegno. Infine occorre dire che il ruolo di educatore compete anche al dirigente scolastico, a cui  purtroppo le leggi stanno dando sempre più un ruolo amministrativo. Il dirigente scolastico, ne sono convinto,  deve saper costruire un’autorità non fondata semplicemente sul diritto o sul potere e neppure sulla dottrina e sulla dignità, ma basata sul dialogo, sulla comprensione, sulla presenza significativa fatta di competenza e disponibilità umana , al fine  di costruire insieme agli altri (insegnanti, genitori,alunni) una “ scuola più forte per gli alunni più deboli” (Beccegato).

Girio Marabini


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