quale futuro per i 100 lavoratori della Valenti?

 

RECANATI.
C’è preoccupazione da parte delle organizzazioni sindacali (Cgil-Cisl-Uil) sul futuro dei 100 lavoratori della Valenti e del settore orafo argentiero locale. Sono passati sei mesi dall’avvio, per un centinaio di lavoratori, della cassa integrazione per la durata di due anni, ma ancora non si intravedono, secondo la triplice sindacale, spiragli di ripresa della nota azienda e, di conseguenza, per il futuro di tante famiglie. In una nota delle stesse sigle si ricorda che a fine anno 2012, con la volontà di salvaguardare 3 storici marchi recanatesi, Valenti, Mida e Sovrani, incorporati in una unica proprietà, venne avviato, un periodo di due anni di cassa integrazione con l’obiettivo di riorganizzare e ristrutturare tutta la produzione secondo un preciso piano industriale. Ma, secondo il giudizio dei sindacati, dopo sei mesi, resta ad oggi molta incertezza mentre si nota la tendenza dell’azienda ad affidare diverse lavorazioni del prodotto a “terzisti e lavoranti a domicilio” e permangono, inoltre, molti interrogativi sullo “sbocco delle nuove prospettive commerciali, sulla fuga verso l’estero delle realtà di questo settore, sull’uso concreto e quotidiano degli ammortizzatori sociali, che anche nella crisi nera crea differenze e diseguaglianze profonde tra lavoratrici e lavoratori, sulla formazione necessaria ad accompagnare riqualificare e ricollocare centinaia di lavoratrici e lavoratori usciti e in uscita da questo settore.” I sindacati sono altresì coscienti che questa peculiarità produttiva del territorio (articoli in oro ed argento), soffre più di altri della crisi di domanda rappresentando per i consumatori un bene non necessario. La proprietà fornisce, invece, un quadro più che rassicurante sullo stato di salute dell’azienda. Silvano Bravi tiene a prcisare che in realtà i lavoratori che sono ogni volta in cassa integrazione non superano le 25 o 30 unità. “Al momento attuale sono solo sedici perché alcuni sono stati richiamati con l’arrivo di nuove commesse. Inoltre di  tre aziende se ne è creata una sola con ovvi risparmi e con la speranza che il piano industriale favorisca la ripresa. La crisi del prodotto, purtroppo, risale a dieci anni fa, ancor prima, quindi, dall’attuale crisi economica perché  nel frattempo c’è stato un grande cambiamento delle abitudini e dei consumi.” Ecco anche il perché l’azienda è stata costretta a ricercare nuovi mercati esteri con la produzioni di articoli soprattutto religiosi e “per questo, aggiunge infine Bravi, abbiamo dovuto aumentare i responsabili per l’estero. Io personalmente sono andato già sette volte nei paesi dell’est con la speranza di attaccare realtà diverse con forti investimenti. Tutto questo per dare nuovo vigore all’azienda e salvaguardare i posti di lavoro.”

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