Un incontro indimenticabile degli studenti con Salvatore Borsellino

src=http://www.radioerre.net/notizie/images/articoli/gruppi/salvatoreOggi vi vogliamo raccontare di un piccolo grande uomo, che abbiamo avuto l'onore di ospitare ieri  in un'Aula Magna gremita ed emozionata, insieme a Christina Pacella, autrice di “Il sogno di Paolo” . Il suo nome è Salvatore Borsellino e, crediamo, non servano spiegazioni. 
Uomo sincero, schietto, franco, coraggioso e così umile da dichiarare di non essere nessuno e non avere la dignità per definirsi fratello di Paolo Borsellino. Perché il vero fratello era colui che condivideva con lui sogni, obiettivi, speranze, ideali: Giovanni Falcone. 
Ci ha raccontato del sogno di Paolo e ci ha fatto assaggiare il significato del vero amore, quello che Paolo nutriva per la sua città, Palermo: "Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell'amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare". La grandezza di Paolo: uomo che, pochi giorni prima della strage, sentiva dentro di sè che qualcosa sarebbe accaduto e che, ormai, rifiutava abbracci e carezze alle persone care per aiutarli ad "abituarsi all'idea".
Con una schiettezza disarmante, ha poi parlato della strage, del ritrovamento dei brandelli dei cadaveri fino a quattro metri d'altezza, ricordando, con umiltà, anche il martirio degli uomini della scorta. E non vi nascondo l'emozione nell'apprendere anche il sogno spezzato di una di loro, Emanuela Loi, giovane poliziotta quasi per caso poco più che ventenne, con il sogno di diventare maestra, la cui famiglia dovette ripagarsi, chiedendo un prestito, anche il ritorno della salma al paese. 
E poi della loro mamma che, appena avvertito il boato, scese a pieni nudi al piano inferiore, incurante di un pavimento costellato di frammenti di vetro, ma che non si ferì e nulla vide… era la mano dell'angelo Paolo che la sollevò per non ferirla e le chiuse gli occhi per non assistere alla scena che nessuna madre vorrebbe vedere…quella del cadavere ridotto a pezzi del figlio.
Ma tra tutto questo, tra parole di rabbia e rimorsi, un messaggio non può non passare inosservato. Quello che riguarda noi: adulti, educatori, insegnanti, genitori, nonni. Noi che dobbiamo essere da esempio per lasciare ai nostri figli e nipotini un mondo migliore. Noi che non dobbiamo aver paura. Noi che dobbiamo continuare a sperare, a far sentire la nostra voce, a non fuggire all'estero perché non è con la fuga che si risolvono i problemi. Noi che dobbiamo diventare più consapevoli delle nostre parole perché una ferita con un pugnale fa male, ma poi si rimargina; quella inferta da una parola continuerà a sanguinare a vita.
Noi che con un solo cucchiaino in mano non possiamo svuotare l'oceano perchè ci metteremmo 1 miliardo di minuti. 
Ma se fossimo 1 miliardo di cucchiaini, ce ne metteremmo solo uno.

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