Mi capita di tanto in tanto di fare qualche modesta riflessione su due tesi oggi ricorrenti anche tra la gente comune. Tesi che arrivano a frastornarmi, così strane, addirittura contradditorie.
La prima, sostenuta da aperturisti dichiarati, è la seguente: dato il vistoso calo delle nascite nelle nostre regioni dobbiamo benedire gli immigrati, molto prolifici, che vengono a lavorare da noi perché senza di loro certe produzioni si arresterebbero e senza i contributi previdenziali che loro versano grossi pericoli di copertura correrebbero i trattamenti pensionistici oggi praticati a noi.
Infatti, il nostro sistema prevede il pagamento delle pensioni con il versamento dei contributi da parte di chi lavora.
Fin dall’origine i contributi non sono stati capitalizzati ma utilizzati per corrispondere la pensione ai primi cessati dal lavoro che mai avevano versato contributi, anche per il fatto che non avrebbero potuto farlo causa i salari di fame all’epoca applicati, e questi che avevano un lavoro già erano privilegiati rispetto a tanti.
Mi auguro che in avvenire non trovi riscontro la teoria dei cicli di Giovambattista Vico.
La seconda, non sostenuta da visionari da guerre stellari ma da fior di esperti con i piedi ben piantati a terra e confortati da dati già reali, è che il vertiginoso progresso tecnologico, la telematica, la robotica e quant’altro non possono che ridurre drasticamente l’apporto del lavoro umano.
Si era presentato un pericolo del genere all’epoca della prima industrializzazione ma allora non ci fu un soqquadro rovinoso perché le macchine erano primordiali e la manodopera disponibile limitata. Fu sufficiente ridurre l’orario di lavoro. Oggi non è così e la popolazione mondiale e la manodopera utilizzabile è decuplicata.
Sento parlare di fabbriche senza operai, addirittura di eliminazione, beninteso non delle funzioni, di settori tradizionali come quello bancario, di ridimensionamento di ruolo di categorie come quella medica.
Allora io resto disorientato: più tecnologia o più manodopera ?
Le cose vanno guardate con realismo per non essere presi in contropiede, gli opposti non sono sovrapponibili, purtuttavia debbono essere conciliati tenendo nella giusta considerazione ogni aspetto e non elevando ad unica discriminante il proprio tornaconto.
Sono dell’opinione che in un sistema seriamente democratico e libero stia ad un’opinione pubblica matura formare il ceto politico e da ciò la necessità di giudizi responsabili, non emotivi, da parte di tutti, previa conoscenza dei problemi.
Gianni Bonfili.
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