Quegli archi murati sul Monte Tabor

Il Monte Tabor, o Colle dell’Infinito, è ancora materia di studio sia per capire la derivazione del nome, sia per l’aspetto storico-architettonico delle strutture murarie sul confine dell’area che dal Centro Studi Leopardiani arriva fino al complesso Santo Stefano. In alcuni tratti spuntano le chiavi di volta di archi murati o interrati visibili soprattutto sulla sommità, dove svetta la lapide con l’incipit de L’infinito, una delle poesie più famose di Giacomo Leopardi. Sotto la scritta sono ben evidenti le chiavi di volta di 4 archi murati. Ovviamente non può trattarsi di semplici decorazioni, quindi qual è la loro funzione? A cosa erano legati? All’antico castello di Montemorello? Avevano funzione militare? Oppure erano legati alla chiesa antica di Santo Stefano? A porsi queste domande è il Dottor Sergio Beccacece che, per trovare una risposta, ha coinvolto l’architetto Claudio Agostinelli per una specifica consulenza. Questa mattina in conferenza stampa presso il Centro Studi Leopardiani, hanno presentato insieme la loro ipotesi: gli archi apparterrebbero al chiostro delle suore di clausura. Il dottore, rileggendo il libro di Franco Foschi “Memorie del monastero di Santo Stefano di Recanati, Ricordi e luoghi leopardiani”, ha trovato la citazione proveniente da un libro di memorie dalla biblioteca privata dei Conti Leopardi, scritto da Camilla Lazzarini nel 1609 dopo aver usufruito dei documenti del monastero e quelli conservati nell’illustrissimo palazzo comunale di Recanati. La Lazzarini era una suora entrata in convento nel 1570, trentacinque anni dopo l’apertura avvenuta nel 1535, e ha avuto la fortuna di conoscere le prime quattro suore entrate nel convento. In un passo scrive che fu nominato un eccellente architetto, Mastro Simone di Recanati, il quale costruì la nuova chiesa spostata di “due picche più avanti” rispetto a quella vecchia per lasciare un grande spazio circondato da logge, mentre in un’altra zona costruì un orto.  Secondo l’analisi visiva dell’architetto Agostinelli le varie differenze riguardanti la tessitura muraria, il tipo di mattone, la diversa colorazione e l’estroflessione di alcuni archi rispetto la parete, sono la prova delle due murature di diverse  epoche. Lo stradello è postumo, tutti i percorsi sono rimaneggiati tranne le murature, tant’è che sono interrate. Le chiavi sembrerebbero tutte allo stesso livello ma il dislivello dal centro studi fino alla sommità non esclude che il piano di fondazione sia inclinato poiché si arriva ad uno sperone roccioso. Alcuni archi potevano essere stati aperti per locali di servizio, altri rimanevano come fondazione da muro di contenimento con la funzione di sostenere le spinte. Un particolare importante è l’arco estradossato dal muro della stessa epoca dove poi si è innestata la nuova tessitura muraria. Le lunette interne sono state riempite successivamente e hanno un’incoerenza rispetto alla muratura precedente, tranne in alcuni casi dove potrebbe essere stata costruita con mattoni riciclati. Le tracce di uno sgocciolatoio stanno ad indicare la sommità di una struttura. In un’altra zona la muratura è posta sul pietrame incoerente, non posticcio, con lo sperone rimasto attraverso le epoche che ha fatto da base per la sua consistenza. Si arriva sulla parte conosciuta, con il muretto fuori squadro rispetto al fronte a causa dei torrioni ad angolo acuto costruiti così per una maggior difesa. Sopra un mattone Beccacece ha individuato l’incisione della parola “Teadicam”. Adicam deriva dal latino adicio che significa “io ti aggiungo” tuttavia la scritta esatta sarebbe adiciam. Lo sperone è rimasto come testimonianza ed è in linea con gli archi riempiti successivamente. La chiave degli archi murati è lì come punto di riferimento per scoprire cosa nasconde.

Anche l’orto delle suore mostra un determinato dislivello. E’ stato rialzato? Il primo arco, visibile all’uscita del Centro studi, rispetto all’orto ha un livello molto inferiore ed è quello più falso perché non ha la continuità; rimane soltanto segnato l’aspetto murario ma non ha la sua naturale composizione come gli altri. Proprio per questo motivo le due quote sono importanti da indagare.

Roberto Tanoni  del Centro Studi è certo che il terreno dell’orto è terra di riporto. E’ un’ipotesi da valutare visto i vari dislivelli del terreno recanatese. Due esempi sono le vie Ponte delle Cappuccine e San Michele a Ponticello chiamate così per il passaggio sopra un fossato.

Il Colle dell’Infinito, uno dei luoghi più significativi e romantici di Recanati, appena rimesso a nuovo e inaugurato a maggio di quest’anno con un nuovo progetto di illuminazione intelligente per cui è stato chiamato un regista premio oscar come Dante Ferretti; con potature, alcune un tantino estreme, per creare percorsi panoramici da mozzafiato; con nuove staccionate di legno stile Pincio romano, può essere ancora rivoluzionato. “Ho guardato e ho visto. Tutti noi siamo passati qui molte volte io per primo. Ho vissuto questi luoghi con affetto e questo è un particolare che è sfuggito.” Le parole dell’architetto Agostinelli è una giusta riflessione. “Se è vero che all’epoca di Giacomo questi archi erano in vista e costituivano il loggiato delle suore,” conclude Beccacece “con poca spesa, si potrebbero fare dei sondaggi  e parziali scavi. Non possiamo certo distruggere tutto e ricostruire, ma spero che si provveda a riportare gli archi ai tempi di Leopardi.”

 

Nikla Cingolani

 

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