LA POLITICA E L’ARTE DI OTTENERE RAGIONE.

nota di Girio Marabini.  Se analizziamo il linguaggio usato dalla “politica” oggi, esso appare in genere  come standardizzato, costruito con frasi fatte e slogan. E’ un linguaggio tra l’altro intercambiabile nel gioco dei ruoli tra maggioranza ed opposizione.  Dal punto di vista logico e dialettico,  il linguaggio usato  appare di solito come improntato all’esigenza di ottenere ragione , sembra cioé un linguaggio non fondato sull’ascolto e sull’attenzione alle ragioni degli altri ma sulla presupposizione che chi si ha di fronte ha torto ed è in errore. Il linguaggio, dicevo, appare standardizzato: da una parte la maggioranza di turno  che ripete frasi fatte “non ci sono soldi”, “la colpa è del patto di stabilità”, “non siamo stati noi a creare la crisi economica…la colpa è dello spread (terribile parola)” ecc.. “Nonostante tutto abbiamo fatto…” “voi dove eravate quando…””Non abbiamo nulla in contrario se definiste questo provvedimento come…”ecc… dall’altra l’opposizione di turno che ripete : “la verità è che la maggioranza manca di un progetto…” “che cosa avete fatto per i giovani?.. “che cosa state facendo per i migranti…””il bilancio è una lista della spesa senza anima…”  così via. Ci troviamo di fronte ad una specie  di dialogo-non dialogo in cui  in partenza è già deciso che tu sbagli ed io ho ragione.Anche se in alcuni casi in modo inconsapevole, vengono messe in atto delle vere e proprie strategie dialettiche. In una delle tesi del libretto “L’arte di ottenere ragione” il filosofo Arthur Schopenhauer scriveva ” Se ci accorgiamo che l’avversario ha messo mano ad una argomentazione con cui ci batterà, non dobbiamo consentire che arrivi a portarla a termine, ma dobbiamo interrompere, allontanare o sviare per tempo l’andamento della disputa e portarla su altre questioni (…) (“L’arte di ottenere ragione”stratagemma n.18 pag.44,Edizioni Adelphi). Nei dibattiti televisivi, ma anche nelle discussioni durante le riunioni delle assemblee elettive si usa spesso, infatti,  l’interruzione come strumento per confondere sia l’interlocutore che chi ascolta. Un altra strategia dialettica utilizzata è quella del linguaggio  non verbale della indifferenza: capita a volte di osservare,  durante le sedute del Parlamento ma anche in quelle di qualche Consiglio comunale o Regionale,  un  oratore che sta parlando e gli altri che leggono il giornale, parlano tra loro .. scrivono messaggi al telefonino ecc…. Il messaggio della indifferenza è: “parla pure tanto tutto è ormai deciso… “Spesso il linguaggio usato spinge alla collera l’interlocutore, perché, diceva Schopenhauer, “nellira egli non è più in condizione di giudicare rettamente e di percepire il proprio vantaggio. Si provoca la sua ira facendogli apertamente torto, tormentandolo e, in generale, comportandosi in modo sfacciato”  (Ibidem, stratagemma n.8, pag.38). In tal modo il linguaggio diventa volutamente aggressivo e impedisce un sereno confronto. Una variante di tale strategia è la seguente:  quando ci si accorge che l’avversario ha ragione si sposta l’attenzione dall’oggetto della discussione alla persona ( argumentum ad personam) con frasi offensive (ibidem, stratagemma n.38 pag.64) o con frasi del tipo:  “ma chi sei?” “ma che vuole questo?” “Sei un moralizzatore… ” “Sei un comunista…” “Sei un fascista…” “Io me la prendo con chi ti fa parlare…” “ma  da dove viene questo? Da Marte?…ecc. E’ risaputo tuttavia che pensiero e linguaggio vanno di pari passo. L’uno ha bisogno dell’altro. Se si hanno idee si può svolgere correttamente un tema, si possono usare parole che toccano il cuore di chi ascolta, che possono almeno  far riflettere. E’ viva in me l’immagine (cinematografica)di Gandhi quando, dopo aver compiuto un lungo viaggio tra la gente, parla all’Assemblea Nazionale. La gran parte dei membri se ne sta andando incurante di lui. Gandhi continua a parlare, tocca argomenti che arrivano al cuore e alla mente. Con semplicità ma anche con forza  esprime i propri ideali. La gente a poco a poco si ferma ad ascoltarlo e al termine è una ovazione. La politica animata da un ideale usa  infatti il linguaggio della “ragione” e non quello per  “ottenere ragione”, non cerca ad ogni costo il consenso della gente ma prova a convincere della fondatezza delle proprie idee per poterle realizzare. A tale scopo può anche utilizzare un linguaggio accorato con toni alti, mai offensivo però, perché deve essere volto ad  incoraggiare, a sostenere,… a far sognare (naturalmente il sogno lucido del giorno che è progetto). Tale linguaggio  cerca l’accordo dell’interlocutore “non vuole batterlo”. Che male ci sarebbe  ad esempio se ci si mettesse a tavolino, maggioranza e opposizione, per decidere, ognuno nel proprio ruolo con le proprie idee e con una buona dose di buon senso, priorità, punti di convergenza, soluzioni comuni? Si vive invece spesso un clima di battaglia, l’un contro l’altro armati per raggiungere un unico risultato: dimostrare di essere “i migliori” ed ottenere così il consenso popolare (ogni cittadino un voto eventuale; le scelte politiche dettate dai sondaggi). La nobile finalità di assicurare il benessere (bene – essere) della città può valere anche qualche compromesso, può valere anche il superamento della propria persona, non trovate? Onore, comunque, a chi per spirito di servizio si spende per la propria città e per il proprio paese e sa riconoscere le ragioni degli altri. La verità comunque è che oggi manca alla poltica quello slancio ideale che caratterizzava un tempo la politica in Italia: l’incontro della cultura  che si ispirava ai principi  cattolici, liberali, socialisti  con la cultura comunista, aveva prodotto la nostra Costituzione, che tutti affermano essere  la più “bella del mondo”. Il venir meno degli ideali ha portato purtroppo  alla intercambiabilità delle posizioni politiche .Nell’ultimo ventennio infatti, durante il quale hanno governato e sono stati all’opposizione quasi lo stesso numero di anni sia il centrosinistra che il centrodestra.  qualcuno di noi  è riuscito a  distinguere una politica di destra da una politica di sinistra ?  Facciamo qualche esempio ponendoci delle domande: i tagli alla sanità statale (che per noi ha rappresentato la “razionalizzazione ”  dell’Ospedale di Recanati, un bene prezioso ed eccellente non solo per i cittadini di Recanati) è politica di destra o di sinistra? I tagli alla scuola statale (si veda l’articolo a mia firma su radioerre.net “a difesa della scuola statale”)è politica di destra o di sinistra ?  Senza ideale  la politica usa vuote parole, i cosiddetti bla,bla,bla, diventa intercambiabile e scade a pura gestione del potere con il rischio dell’affermarsi  della Tecnocrazia. E’ purtroppo questa una idea che si sta diffondendo in Europa: superare la  politica per dare spazio ai tecnici.  Non le persone con la loro intelligenza, con la loro passione, con i propri limiti e con i propri punti di forza, ma  la “competenza e il merito “al potere (ma quale competenza e quale merito? E chi decide chi ha competenza e merito?)  (si veda a tale proposito l’articolo “Evviva la tecnocrazia” comparso su ilfoglio.it a firma di Marco Valerio Lo Prete ). C’è oggi in italia la necessità di cercare  ciò che ci unisce piuttosto ciò che ci divide, in uno spirito di riconciliazione. Vi è la necessità di una politica nuova e diversa animata da un ideale, fondata sulla persona, sul confronto di idee e sulla analisi critica , sulla intelligenza e sulla creatività. Purtroppo,lo riconosco, quella politica è solo un NON-ANCORA , e come tale è una utopia perché per essere realizzata avrebbe bisogno di   una rivoluzione culturale pacifica e non violenta: un nuovo atteggiamento verso la vita , restituendo , direbbe il filosofo Bergson , “un supplemento d’anima”a  questa “società  chiusa” volta soltanto alla conservazione di sé stessa.( Si veda a tale proposito H.Bergson, “Le due fonti della morale e della religione”, a cura di A.Pessina, Roma-Bari,Laterza 1995 ed anche “Filosofia: dialogo e cittadinanza” autori vari, Loescher Editore, pagg.267-275)

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