Vorrei raccontarvi la storia di mio fratello e di come può essere naïf (per dirla con un eufemismo) la sanità italiana. Michele ha avuto un incidente automobilistico il 29 novembre 2010. Trasportato in eliambulanza all’ospedale regionale di Ancona, gli viene riscontrato un gravissimo trauma cranico e viene operato di urgenza. Trascorre un mese in coma tra i reparti di rianimazione dell’ospedale di Ancona e l’ospedale di Civitanova Marche. Dobbiamo ringraziare entrambi gli ospedali per la loro professionalità. Il 28 dicembre 2010 Michele viene trasferito all’Istituto di Riabilitazione Santo Stefano di Porto Potenza Picena,Macerata (struttura privata convenzionata). Dopo un paio di mesi al reparto URI (unità risveglio), passa al reparto Fisio 1.
Il 4 luglio 2011, e cioè dopo sei mesi di ricovero, ad un incontro con l’equipe medica ci informano che Michele è “saturo” dell’ambiente ospedaliero, è in una fase di stallo e che quindi, per prova, lo avrebbero mandato a casa il mese di agosto per una “vacanza terapeutica”. Ci sentiamo abbandonati, ma i medici ci assicurano che non intendono rinunciare al caso, dato che vi sono margini di recupero, e che a settembre avrebbero senz’altro ripreso in cura Michele in regime di day hospital.
Allora mio fratello aveva un forte deficit cognitivo, non camminava, aveva difficoltà nella deglutizione ed era totalmente incontinente. E’ stato dimesso senza alcuna istruzione o supporto su come gestirlo, né consigli o indicazioni su come nutrirlo, nel pieno di un agosto torrido. Quel mese è stato un inferno, per Michele e per noi familiari: nessuno di noi è infermiere o assistente socio-sanitario e qualsiasi minima esigenza quotidiana di mio fratello si trasformava in un dramma. Finalmente arriviamo ai primi di settembre e, come avevamo concordato, contattiamo il Santo Stefano, ma con nostro sconcerto ci viene risposto che Michele non sarà ripreso in cura perché non è in grado di reggere il day hospital. L’unica indicazione che ci viene data è quella di far riferimento al nostro medico curante. Protestiamo con il Direttore Generale dell’Istituto, il quale tenta di tranquillizzarci sostenendo che forse avevamo frainteso (è un po’ difficile fraintendere certe parole) e che in un paio di giorni ci avrebbe fatto sapere. Il 15 settembre Michele comincia il ricovero day hospital al Santo Stefano. Agli inizi di dicembre, ad un ulteriore incontro, ci comunicano che la situazione è ancora stazionaria (nulla era cambiato da agosto, nonostante i vaghi ‘margini di recupero’ prognosticati) e ci consigliano di portare (forse sarebbe meglio dire ‘parcheggiare’) Michele al centro diurno del nostro paese. Chi non ha mai vissuto una tragedia del genere non può capire quanto sia dura sentirsi dire queste parole e quanto ci si senta disorientati ad affrontare un dramma così. Nonostante la disperazione, non siamo ancora disposti ad arrenderci e decidiamo di portare Michele al Sol et Salus di Rimini (struttura privata convenzionata), dove viene ricoverato il 3 gennaio 2012.
Qui abbiamo trovato un ambiente particolarmente sereno e professionale, ci è stato dato subito un piano di lavoro (al Santo Stefano, pur avendolo chiesto, non l’abbiamo mai avuto) e, cosa molto importante, siamo stati immediatamente messi al corrente degli obiettivi-limite di quello che sarebbe stato il recupero di Michele: finalmente delle speranze concrete, che di lì a poco infatti abbiamo visto realizzarsi. Assai apprezzabile, poi, è stato il fatto che la famiglia è stata fin da subito coinvolta nelle terapie e addestrata al rientro a casa di Michele: una pratica routinaria in questo Istituto, che risulta assolutamente imprescindibile per gestire una situazione del genere al termine dell’ospedalizzazione, e che, a mio parere, tutte le strutture riabilitative dovrebbero adottare. Oggi, dopo sei settimane di ricovero, Michele è stato dimesso. Ora mio fratello cammina, non benissimo senza ausili, ma molto bene con l’aiuto del roller e fa le scale da solo. Si veste e si lava praticamente da solo, ha bisogno soltanto di qualche aiutino, e, tramite una tecnica chiamata “condizionamento sfinterico”, non è più incontinente e non porta più il pannolone. Pur rimanendo con un forte deficit cognitivo, si rende conto dei suoi miglioramenti, è molto sereno, addirittura allegro e noi familiari, grazie a questi miglioramenti e all’addestramento che abbiamo ricevuto, riusciamo a vivere questa seppur drammatica situazione con molta più tranquillità. Ci tengo a precisare che un ricovero al Sol et Salus costa all’Emilia Romagna meno della metà di quello che costa un ricovero al Santo Stefano alla regione Marche.
Non è naïf tutto questo?